Il 22 aprile 2026 la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, ha approvato all’unanimità un documento che vale la pena leggere anche da chi si occupa di cybersecurity per mestiere. Si chiama Relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne (Doc. XXIII, n. 18) e descrive, con un linguaggio sorprendentemente tecnico per un atto parlamentare, come l’intelligenza artificiale generativa stia cambiando la natura stessa della violenza digitale.
Parla con il linguaggio di un’inchiesta istituzionale, costruita su mesi di audizioni con ricercatrici, relatrici delle Nazioni Unite, organizzazioni e giuristi. E proprio per questo offre uno sguardo lucido su un punto che riguarda tutti, ben oltre il tema specifico da cui parte. Quando uno strumento che genera contenuti credibili diventa accessibile a chiunque, la soglia per fare del male si abbassa.
Dalla competenza tecnica al clic
Per anni la manipolazione di un’immagine o di un video ha richiesto tempo, software e una certa abilità. Era un’attività di nicchia. La Relazione fotografa la rottura di questo equilibrio attraverso un termine ormai entrato nel linguaggio comune, il deepnude. Il documento lo definisce senza giri di parole: «immagini manipolate dalla intelligenza artificiale con lo scopo di rimuovere gli indumenti di una persona, creando immagini finte e sessualmente esplicite».
Il dettaglio che conta, dal punto di vista di chi studia il rischio, è la traiettoria. Quella che prima richiedeva competenza oggi richiede un’app. Reem Alsalem, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha spiegato in audizione che questi contenuti «danneggiano fortemente non solo le donne e le ragazze, ma tutta la società». La frase è importante perché sposta il problema dal piano individuale a quello collettivo. Quando il falso diventa indistinguibile dal vero e produrlo costa pochi secondi, a essere intaccata è la fiducia che teniamo nelle immagini in quanto tali.
È lo stesso meccanismo che, in un contesto aziendale, alimenta la nuova generazione di frodi. Il volto clonato di un dirigente, la voce sintetica al telefono, il profilo che sembra affidabile. Cambia il bersaglio, non la tecnica. Per questo motivo la consapevolezza non si costruisce accumulando nozioni, ma allenando un riflesso: dubitare di ciò che sembra perfetto. È un tema che abbiamo affrontato parlando di come allenare un riflesso davanti ai deepfake, e la Relazione gli dà ora un fondamento istituzionale.
Le «palestre di misoginia»
La parte più originale del documento non riguarda i deepfake, di cui si parla da tempo. Riguarda gli AI companion, le app di compagnia. La Relazione raccoglie l’analisi di Ivana Bartoletti, Chief AI Governance and Privacy Officer di Wipro Technologies, e arriva a una definizione che fa riflettere: queste applicazioni possono diventare «vere e proprie palestre di misoginia».
Conviene seguire il ragionamento. Gli AI companion sono chatbot avanzati basati su Large Language Models, modelli perfezionati attraverso l’apprendimento per rinforzo basato sul feedback umano. Sono progettati per compiacere. Il documento li descrive così: «lei non dice mai di no, lei è sempre disponibile, lei si scusa, lei perdona, lei non pone limiti». Un sistema costruito per non contraddire mai, osserva la Relazione, finisce per modellare aspettative, percezione del consenso e gestione della frustrazione in chi lo usa, soprattutto tra i più giovani.
Qui c’è una lezione che trascende il tema di genere e tocca chiunque progetti o adotti sistemi di IA. Un modello che impara dal feedback restituisce ciò che riceve, e se non è regolato risponde «senza limiti, senza etica, senza correttivi». La conclusione della Commissione è netta. Servono trasparenza, supervisione e audit di questi strumenti. Non è un’invocazione astratta: è la stessa esigenza che attraversa il dibattito su dove l’analisi automatica del comportamento incontra un limite legale ed etico. La domanda di fondo è sempre la medesima. Chi controlla cosa apprende la macchina, e con quali garanzie.
Il diritto rincorre la tecnologia
Un atto parlamentare guarda alla tecnologia attraverso le sue conseguenze giuridiche, e anche da questo angolo emerge un segnale utile. La Relazione dà conto di un nuovo reato, quello di illecita diffusione di contenuti generati o manipolati con sistemi di intelligenza artificiale, introdotto nel quadro della legge 23 settembre 2025, n. 132 sull’intelligenza artificiale.
L’aspetto interessante è il riconoscimento in sé. Per il legislatore un contenuto sintetico diffuso senza consenso ha caratteristiche proprie e merita una fattispecie dedicata, distinta dagli illeciti già noti. Per le organizzazioni questo è un promemoria concreto. La regolazione dei contenuti generati con IA non è uno scenario futuro, è già diritto positivo, e il perimetro di ciò che è lecito produrre e diffondere si sta ridisegnando in tempo reale.
La difesa di fondo non è tecnologica
Sarebbe facile chiudere un documento del genere chiedendo più filtri, più moderazione automatica, più strumenti. La Relazione fa qualcosa di più interessante. Tra le sue raccomandazioni conclusive ne colloca una che parla la stessa lingua di chi si occupa di cybersecurity awareness: il «potenziamento della educazione digitale, dell’uso consapevole dei media e della cultura della parità di genere».
Il testo invita a rafforzare le politiche di prevenzione coinvolgendo la scuola e gli adulti, «anche attraverso l’utilizzo consapevole degli strumenti informatici». Detto da una commissione parlamentare, dopo mesi di audizioni tecniche, è un riconoscimento che pesa. La tecnologia che abilita l’abuso è la stessa che abilita gran parte della vita digitale legittima. Non la si disattiva. La si attraversa con criterio.
È esattamente il terreno su cui lavoriamo da anni. La difesa più solida contro un’immagine falsa, un profilo costruito o un messaggio che gioca sulle emozioni è una cultura della sicurezza che restituisce alle persone il riflesso di fermarsi e dubitare, qualcosa che nessuno strumento automatico può decidere al posto loro. La Relazione parlamentare lo dice partendo da un problema drammatico e specifico, ma la sua conclusione vale per chiunque viva e lavori online. Davanti a un’IA che genera realtà su richiesta, quel riflesso di fermarsi a dubitare resta l’unico controllo che nessuno strumento può eseguire al posto nostro.
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